Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico
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I rapporti euro-africani a confronto con quelli cino-africani.
di Riccardo Sani
Nonostante l’Europa abbia promosso per prima una politica europea di cooperazione con l’Africa e sia in testa alle sovvenzioni a suo favore è ormai evidente che l’operato fra UE ed Africa sta per essere superato da quello fra Cina ed Africa .
Il continente africano, con le sue enormi ricchezze minerarie, è un continente estremamente importante per il mondo sviluppato. Malgrado i gravissimi problemi di cui soffre, essa è anche un continente in forte crescita demografica che supera i pur consistenti decessi per motivi sanitari e presenza continua di tensioni-scontri e guerre di vario genere. Oggi ha una popolazione di circa 760 milioni ma si prevede una espansione nel giro di qualche decennio a circa due miliardi di persone.
Oggi la distribuzione della sua popolazione sul territorio è fortemente sperequata, anche per le vaste aree desertiche che la caratterizzano ma esistono già una quarantina di città con più di un milione di abitanti.
Di fronte a tale disordinato e tumultuoso sviluppo gli europei cercano di aggiornare e ridefinire i loro rapporti politici e commerciali con gli africani.
Purtroppo, come ha palesato nettamente la riunione svoltasi nel dicembre scorso a Lisbona fra paesi africani e paesi europei della UE, l’Europa nel suo complesso ha visto cominciare a scemare la sua influenza in tale continente con l’avvento della Cina sul piano economico e non solo sul piano politico-militare come era già avvenuto.
Forse vale la pena ricordare che la allora CEE nel 1975 aveva pattuito con i paesi dell’Africa il famoso “Accordo di Lomè” per promuovere un nuovo rapporto con i paesi di quell’area basato su uno scambio più equo tra stati industrializzati e stati in via di sviluppo.L’ultimo rinnovo di quell’accordo è avvenuto nel 2000 e scade nel 2020 .
Purtroppo i nuovi accordi imposti da WTO hanno spiazzato quella convenzione costringendo gli Stati europei a rinegoziare i rapporti commerciali con i paesi ACP, molti dei quali sono africani.
Malgrado la UE abbia offerto una progressiva eliminazione delle barriere doganali, la ridefinizione degli accordi non è stata accolta con favore da molti rappresentanti africani.
Il vertice di Lisbona ha consentito di confermare la sostanza strategica tra i 27 stati UE ed i 57 stati africani ma non ha risolto i disaccordi sulle nuove proposte di partenariato commerciale
(chiamato EPA) che dovrebbero in teoria sostituire i vecchi accordi. Queste proposte prevedono la sopressione dei dazi europei per i paesi ACP in cambio della liberalizzazione dei mercati di questi stati per i prodotti europei.
Questo nuovo corso però è stato definito da alcuni presidenti africani come non coincidente con gli interessi dell’Africa ! Essi hanno dichiarato che tali accordi sono favorevoli solo per gli europei in quanto gli africani non sono ancora pronti per una apertura totale dei loro mercati ed ora possono pure rivolgersi ad un altro interlocutore e cioè la Cina.
Recentemente infatti l’interesse di Pechino per il continente africano è testimoniato dalla realizzazione del Forum per la cooperazione cino-africana . La prima riunione si era tenuta già nel duemila.
Tra il presidente cinese Hu Jintao e vari rappresentanti africani si sono definite le nuove prospettive di collaborazione. Fra queste la cancellazione dei debiti con la Cina per i paesi più poveri, il raddoppio degli aiuti allo sviluppo, la concessione di prestiti diretti e la realizzazione di un fondo speciale per sovvenzionare le imprese cinesi che investono in Africa. Perfino l’offerta di formazione professionale per i lavoratori africani.
Occorre constatare che, dopo anni di crescita zero, l’Africa ha oggi un tasso di crescita di circa il 5% e si prevede da parte delle Nazioni Unite un progressivo aumento.
La Cina acquista petrolio( di cui ha una fame tremenda), gas naturale, cobalto.allminio, rame, carbone, oro, fosfati, diamanti ecc. In cambio costruisce infrastrutture come centrali elettriche, strade e ferrovie. Vende tecnologia e prodotti di ogni tipo a basso costo e spesso di qualità scadente ma pure armi, aerei ed elicotteri.
La differenza rispetto ad investimenti UE nel passato è che la Cina ha una enorme disponibilità di risorse finanziarie ed ha una velocità di realizzazione dei progetti che non ha concorrenza nel mercato europeo, diviso fra tanti stati non bene coordinati per mancanza di un potere sovranazionale. L’Unione Europea non è uno stato federale (come l’America per es.), non ha un governo europeo e perciò non ha potuto finora attuare una strategia unitaria per l’Africa.
Un esempio eclatante è quello che, nonostante gli accordi euro-africani della UE, Francia, Germania, Gran Bretagna ecc. continuano a sviluppare in Africa politiche estere e militari in moltissimi casi assolutamente divergenti , contrastanti e contradditorie.
Per la UE si sta profilando il pericolo di vedersi sottrarre in buona parte nell’area africana il controllo di fonti energetiche e di materie prime, su cui Cina ed India stanno facendo “man bassa”. Sul terreno politico gli europei non hanno saputo fornire strumenti per fronteggiare Il radicamento del fondamentalismo islamico, che per la loro incapacità ed ignavia sta avviandosi verso pericolosi successi.
Ne hanno saputo fare alcunchè per porre termine a dei regimi corrotti e dispotici. In tali settori le divisioni in staterelli ancora totalmente sovrani gli hanno resi pressochè inermi.
E’ vero che sul terreno monetario, grazie all’Euro, si è formata un’area di influenza monetaria consistente soprattutto lungo le coste mediterranee africane ma senza una adeguata capacità di governo europeo dell’Euro, questa situazione è precaria .
L’Africa in definitiva si sta rivelando un vero banco di prova per la sostenibilità del modello europeo di cooperazione nel campo poltico ed economico.
Allo stato attuale, con gli europei divisi ed incapaci di sviluppare una politica estera comune, sia commerciale che di sicurezza, questo modello attuale si sta dimostrando perdente.
La conseguenza sarà che l’Africa verrà lasciata dagli europei in balia delle proprie contraddizioni, pure ambientali ed in una stuazione di grande frammentazione e di scarsa democraticità.
Al contrario , se almeno in alcuni stati europei, memori di un minimo di dignità, a partire dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia , emergesse la volontà necessaria per creare uno stato federale europeo come primo nucleo duro (vecchia proposta dell’allora primo ministro Kohl) si porrebbero le condizioni minime per aprire una nuova fase nei rapporti euro-africani e per l’avanzamento degli stessi processi di integrazione in varie zone dell’Africa, condizione indispensabile per un autentico sviluppo del continente.
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Nasce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia
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Il Parlamento ha approvato il regolamento che istituisce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. Il suo obiettivo è di contribuire alla crescita economica e alla competitività sostenibili in Europa rafforzando la capacità d’innovazione. A tal fine, agevolerà le reti e la cooperazione e creerà sinergie tra le comunità dell’innovazione in Europa. Dando priorità al trasferimento delle sue attività a vantaggio delle imprese, incluse le PMI, e della loro applicazione commerciale. Adottando la relazione di Reino Paasilinna (PSE, FI), il Parlamento approva la posizione comune del Consiglio sul regolamento che istituisce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (IET) che mira a diventare «un organismo di portata mondiale per l’eccellenza nei settori dell’istruzione superiore, della ricerca e dell’innovazione». La posizione comune infatti, a seguito di negoziati tra il relatore e il Consiglio, riprende in larga misura la posizione del Parlamento europeo approvata in prima lettura (26 settembre 2006). Il regolamento potrà entrare in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. La richiesta dei Verdi di respingere in toto la proposta di regolamento è stata bocciata dall’Aula con 127 voti favorevoli, 499 contrari e 15 astensioni. L’obiettivo dell’IET è di contribuire alla crescita economica e alla competitività sostenibili in Europa «rafforzando la capacità d’innovazione degli Stati membri e della Comunità». L’IET persegue tale obiettivo «promuovendo e integrando l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione ai massimi livelli» (il “triangolo della conoscenza”). In tale contesto, dovrebbe facilitare e rafforzare le reti e la cooperazione e creare sinergie tra le comunità dell’innovazione in Europa. L’IET dovrebbe dare la priorità al trasferimento delle sue attività di istruzione superiore, ricerca ed innovazione «a vantaggio delle imprese e della loro applicazione commerciale, nonché al sostegno agli avviamenti di imprese, alle scorporazioni e alle piccole e medie imprese (PMI)». Al fine di raggiungere il suo obiettivo, l’IET dovrà individuare i suoi settori prioritari, svolgere un’attività di sensibilizzazione tra le organizzazioni partner potenziali ed incoraggiare la loro partecipazione alle sue attività. Potrà mobilitare i fondi provenienti da fonti pubbliche e private e utilizzare le sue risorse. In tale contesto, dovrà cercare di finanziare una proporzione significativa e crescente del suo bilancio facendo ricorso a fonti private e mediante entrate generate dalle proprie attività. L’IET dovrà inoltre selezionare e designare le “Comunità della conoscenza e dell’innovazione” (CCI), ossia dei partenariati autonomi di eccellenza tra istituti di istruzione superiore, istituti di ricerca, imprese ed altri soggetti interessati «sotto forma di reti strategiche autosufficienti, sostenibili e di lungo periodo nell’ambito del processo innovativo». Offrirà loro un sostegno adeguato, applicherà misure adeguate di controllo della qualità, seguirà costantemente e valuterà periodicamente le loro attività e garantirà un livello appropriato di coordinamento tra di esse. Mediante accordi, dovrà definire diritti e obblighi delle CCI. L’IET incoraggerà poi il riconoscimento negli Stati membri dei titoli e dei diplomi che sono rilasciati da istituti di istruzione superiore, che sono organizzazioni partner e che possono essere assimilati a titoli e diplomi dell’IET. Promuoverà la diffusione di buone prassi per l’integrazione del triangolo della conoscenza al fine di sviluppare una cultura comune dell’innovazione e del trasferimento di conoscenze e assicurerà la complementarietà e la sinergia tra le attività dell’IET ed altri programmi comunitari. Potrà anche istituire una fondazione avente l’obiettivo specifico di promuovere e sostenere le attività dell’IET. Spetterà all’IET il compito di selezionare e designare un partenariato destinato a divenire una CCI secondo una procedura concorrenziale, aperta e trasparente. A tale fine, dovrà adottare e pubblicare i criteri dettagliati per la selezione delle CCI, in base ai principi di eccellenza e di pertinenza in termini di innovazione. Esperti esterni e indipendenti parteciperanno alla selezione che dovrà essere realizzata in base a una serie di criteri stabiliti dal regolamento, tra i quali la capacità d’innovazione esistente e potenziale nell’ambito del partenariato e la sua capacità di garantire un finanziamento autosufficiente. Le CCI avranno «un’autonomia generale sostanziale» per definire la loro organizzazione interna e la composizione, nonché il loro programma preciso e metodi di lavoro, mentre le relazioni tra l’IET e ciascuna CCI sarà fondata su un accordo contrattuale. La condizione minima per la costituzione di una CCI è la partecipazione di almeno tre organizzazioni partner, stabilite in almeno due Stati membri diversi, che siano «indipendenti l’una dall’altra». Una CCI potrà includere organizzazioni partner di paesi terzi, ma la maggioranza dei partner deve essere stabilita negli Stati membri. Almeno un istituto di istruzione superiore ed una società privata devono prendere parte a ciascuna CCI. Le CCI eserciteranno attività d’innovazione e investimenti con valore aggiunto europeo integrando pienamente le dimensioni dell’istruzione superiore e della ricerca «per raggiungere una massa critica e stimolando la diffusione e lo sfruttamento dei risultati». Realizzeranno poi ricerca di punta incentrata sull’innovazione «in settori che rivestono un interesse fondamentale per l’economia e la società», che si avvalga dei risultati della ricerca europea e nazionale e che presenti il potenziale per rafforzare la competitività dell’Europa a livello internazionale. Condurranno anche attività di istruzione e di formazione a livello di master e di dottorato «in discipline aventi un potenziale per soddisfare i futuri bisogni socioeconomici europei» e che promuovano lo sviluppo delle competenze in materia d’innovazione, il miglioramento delle competenze manageriali e imprenditoriali e la mobilità dei ricercatori e degli studenti. Si occuperanno poi di diffondere le migliori prassi nel settore dell’innovazione incentrate sullo sviluppo di una cooperazione tra il settore dell’istruzione superiore, della ricerca e delle imprese, compresi i settori terziario e finanziario. Nell’arco di un periodo di diciotto mesi dalla sua creazione, l’IET dovrà selezionare due o tre CCI «in settori che aiutano l’Unione europea ad affrontare le sfide presenti e future». In proposito, viene ipotizzato che questi riguardino settori quali i cambiamenti climatici, l’energia rinnovabile e la prossima generazione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La selezione e la designazione di ulteriori CCI dovrebbe essere consentita dopo l’adozione della prima “agenda strategica per l’innovazione” (ASI), ossia del documento programmatico che presenta i settori prioritari per le future iniziative dell’IET, compresa una panoramica sulle attività nell’ambito dell’istruzione superiore, della ricerca e dell’innovazione pianificate per un periodo di sette anni. Il primo progetto di ASI dovrà essere definito dall’IET entro il 30 giugno 2011 per essere poi adottato congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio. L’IET è dotato degli organi seguenti: L’IET è finanziato mediante un contributo del bilancio generale dell’Unione europea nell’ambito della dotazione finanziaria e di altre fonti private e pubbliche. La Commissione stima in 2,4 miliardi di euro il bilancio necessario per sei anni. Nel quadro della revisione del quadro finanziario pluriennale 2007-2013, il Parlamento e il Consiglio hanno convenuto di stanziare 308,7 milioni di euro “comunitari” a favore dell’IET per il periodo dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2013. Le CCI saranno finanziate, in particolare, mediante contributi delle imprese o organizzazioni private («che costituiscono una fonte sostanziale di finanziamento»), contributi del bilancio generale dell’Unione europea, contributi statutari o volontari degli Stati partecipanti, di paesi terzi o delle loro autorità pubbliche, nonché lasciti, donazioni e contributi provenienti da individui, istituzioni, fondazioni o qualunque altro organismo nazionale. Così come da ricavi generati dalle attività delle CCI e canoni per diritti di proprietà intellettuale, ricavi generati da risultati o dotazioni in capitali delle attività dell’IET, contributi di istituzioni o organismi internazionali, nonché prestiti e contributi della Banca europea per gli investimenti. |
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Nasce la Rivista di Innovatori Europei
Nasce la Rivista Mensile di “Innovatori Europei” ed ecco la NUMERO UNO
Sono passati due anni dalla nascita di questo progetto, che inizia dall’impegno politico di un gruppo di amici a Roma per poi crescere in tutta Italia ed in Europa e diventare, piano piano, un Movimento presente in 40 territori ed un giovane Think Tank .
Dopo questi due anni passati attraverso un processo di “distruzione creativa”, infatti, Innovatori Europei ora vuole dedicarsi principalmente a diventare un innovativo e giovane Think Tank, specializzato sui temi del Sapere e Innovazione, Energia ed Ambiente, Politiche Europee ed Euro-Mediterranee.
Questa rivista, che verrà distribuita in maniera gratuita, in un primo momento in formato digitale, rappresenta il primo passo verso la sistematizzazione della nostra Knowledge Base, e speriamo sia da stimolo per il miglioramento dei nostri lavori.
Il mio augurio è che Innovatori Europei cresca, diventando un punto di incontro in cui discutere, insieme, su quei temi nuovi, che da sempre mi/ci appassionano, e che spero pian piano appassioneranno i cittadini europei del nuovo millennio.
Vi aspettiamo in tanti, per collaborare alla rivista, ai Centri di Competenza, o alla crescita di Innovatori Europei a livello territoriale.
Grazie a tutti quelli che hanno creduto e credono a questo progetto nuovo, e a quelli che ci crederanno.
Londra, Martedì 18 Marzo, 2008 - Massimo Preziuso
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Innovazione Meridione Mediterraneo: una scelta d’indirizzo per le politiche europee
Accadimenti politici, significativi cambiamenti legislativi e sociali in alcune nazioni del Maghreb, tra tutte Algeria e Marocco, il significativo riaffacciarsi del Libano a un dialogo europeo, la richiesta d’ ingresso della Repubblica turca nell’Unione europea, nonché le più distanti ma certo incombenti vicende mediorientali dalla guerra irachena all’interminabile quasi insolubile conflitto tra Israele e Palestina: sono questioni centrali che avranno significative conseguenze sulle nostre aree meridionali .
E ‘ chiaro che una relazione stretta con tutta l’area del Maghreb e del vicino Oriente permetterà un’inversione di rotta rispetto al percorso che vedeva le società meridionali e mediorientali del Mediterraneo fuori inesorabilmente dai luoghi dei processi innovativi del futuro.
Maggiore democrazia, maggiore dibattito e conseguente libertà di confronto, ricerca e sviluppo nelle società mediterranee, il confronto competitivo con le scelte avanzate delle regioni catalane e francesi, modelli da seguire, ribalterebbero la previsione di unici centri di propulsione mondiale, incentrati su una inarrestabile avanzata indiana e cinese, collocata nelle aree asiatiche, contraltare di un acquisito declino euro-mediterraneo e dei paesi arabi mediorientali.
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Il Centro Studi e Comunicazione ISME (Istituto di studi economici e finanziari per lo sviluppo del Mediterraneo)
Ho voluto portare con me gli amici Innovatori Europei che si erano resi disponibili tempo fa, nel Comitato Studi.
Ecco la struttura del Comitato:
Massimo Preziuso Phd, researcher in Climate Change Economy studies (LUISS University, Rome – London School of Economics, London)
Giuliana Cacciapuoti, Docente universitario ed esperto in Politiche Europee - Euro Mediterranee
Riccardo Sani, Esperto di Politiche Europee
Tommaso Visone, Studente ed esperto di politiche europee
Luigi Restaino, Esperto di Marketing e Comunicazione internazionale
Vincenzo Girfatti, Esperto di politiche europee e progettazione comunitaria
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Proposta di IE per Le Politiche Regionali Euro-mediterranee

Il Gruppo IE Europa sta lavorando ad una proposta per realizzare un nuovo programma di cooperazione regionale finalizzato alla cooperazione transregionale in area mediterranea.
Questo programma non avrà le stesse modalità di applicazione e gli stessi obiettivi precedentemente stabiliti dalla cooperazione transfrontaliera prevista dal programma INTERREG anche per le Regioni Euro-Mediterranee, ma sarà presentato affinchè attraverso la cooperazione decentrata si organizzi il nuovo programma ENPI (leggi l’articolo precedente) e sia fruibile direttamente dalle Regioni mediterranee senza altre intermediazioni.
Attualmente infatti si fa un gran parlare delle politiche di sostegno euro-mediterranee, ma nessun Paese Europeo, nè la Commissione Europea hanno stabilito nel programma ENPI quel superamento necessario per consentire al processo di cooperazione Euromed proposte dal basso nella cooperazione trans-regionale.
La nuova cooperazione euromed finanziata da ENPI deve avere la possibilità di essere fruita direttamente dalle Regioni dei Paesi aderenti alla Convenzione di Barcellona del 1995 (rispettando il principio della sussidiarietà europea), strutturandosi sui tre pilastri allora stabiliti: cooperazione economico-finanziaria, cooperazione politica e cooperazione socio-culturale.
Per sostenere l’iniziativa di adeguare il Programma ENPI alle esigenze delle Regioni Euromed inviateci proposte alla email di Innovatori Europei Europa.
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Politica estera europea: il Kosovo pericoloso precedente
di Alessandro Massacesi
L’indipendenza dichiarata unilateralmente dal Kosovo ha prodotto uno strano effetto boomerang sulla politica estera europea. Quando infatti alcuni Governi europei - con eslcusione di quello spagnolo che ha mantenuto una linea più moderata riguardo all’indipendenza del Kosovo - hanno subito riconosciuto la Repubblica Kosovara non avevano previsto le probabili ripercussioni sulla stessa politica internazionale.
Nello stesso periodo gli sconfinamenti dell’esercito turco - attualmente in corso in Iraq nell’area della regione autonoma del Kurdistan iracheno a caccia dei guerriglieri del PKK - avevano sollevato il problema dei confini invalicabili tra Stati riconosciuti e le violazioni delle norme della Carta delle Nazioni Unite. In seguito ai bombardamenti dell’esercito israeliano sulla striscia di Gaza - dove si calcola abbiano perso la vita circa un centinaio di cittadini palestinesi - come risposta al lancio di razzi kassam, il rappresentante della Politica Estera Europea che si trova in questi giorni in Medio Oriente per i colloqui relativi alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese è stato redarguito dalle autorità israeliane riguardo alle critiche poste da alcuni Governi Europei al bombardamento della striscia di Gaza.
Ieri su Repubblica è apparso un articolo in cui le autorità israeliane rimproveravano l’Unione Europea per le critiche all’interventismo israeliano nella Striscia di Gaza, dichiarando che l’UE non può giocare sui principi dell’autodifesa degli Stati a proprio piacimento facendo riferimento agli sconfinamenti turchi in territorio iracheno a cui l’UE non si è opposta.
Qual’è dunque la sottile distinzione tra la ricerca dell’indipendenza, i principi di autodeterminazione dei popoli, il diritto all’autodifesa degli Stati, la violazione dei diritti umani e la lotta al terrorismo?
Questi temi sono i più delicati per la politica estera europea. Le Istituzioni europee che spingono all’allargamento dei confini dell’UE non considerano che l’espansione degli interessi economici europei non solo non coincide con quella di alcuni Paesi limitrofi (Russia, Moldava e Serbia ) ma spesso è destabilizzante per le aree del “vicinato” (Balcani e Medio Oriente) e si ripercuote addirittura sugli equilibri internazionali (come nel caso di Israele e Palestina, Turchia e Iraq).
L’indipendenza del Kosovo ha sicuramente riproposto, tornando a riaccendere i riflettori sui balcani, l’instabilità della Comunità internazionale - ma assieme agli sconfinamenti dell’esercito turco in territorio iracheno e con i bombardamenti israeliani su Gaza ha messo in serio imbarazzo l’Unione Europea ed il suo piano di Politica Estera che da una parte accetta l’indipendenza unilaterale del Kosovo, dall’altra non dimostra una forte contrarietà alle condizioni cui altre minoranze sono costrette dagli Stati Nazionali.
Questo doppio gioco dell’UE in politica estera non è chiaro ed anzi in termini di stabilità risulta assai azzardato. Da una parte stabilisce con facilità ed un pizzico di superficialità l’indipendenza di microstati, dall’altra non si accorge che così facendo apre un pericoloso precedente per la rottura degli equilibri presenti in altre Regioni, contribuendo dunque all’instabilità e non alla stabilità del proprio Vicinato.
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Quale futuro per la cooperazione Euro-mediterranea?
I dieci anni che separano la Conferenza di Barcellona (1995) da quella di Malta (2005) hanno rappresentato per la Cooperazione Euro-mediterranea un vero e proprio percorso sperimentale. In questi dieci anni il mondo è completamente cambiato. L’attacco dell’11 Settembre 2001 e le conseguenti politiche dell’Amministrazione Statunitense per l’attuazione del piano definito Grande Medio Oriente sono questioni ricadute fortemente sugli equilibri interni alla Cooperazione Euro-mediterranea. Se dieci anni prima la fine del sistema bipolare aveva liberato i Paesi dell’Europa orientale e dell’area Mediterranea da vecchi meccanismi costrittivi contribuendo alla nascita di nuove relazioni tra l’Unione Europea e i Paesi terzi, dal 2001 l’instabilità nell’area balcanica, in quella mediterranea e mediorientale ha compromesso molte delle politiche e degli obiettivi che il Partenariato Euro-mediterraneo si era prefissato.
Le stesse relazioni tra i Paesi appartenenti al Partenariato - tra alcuni Paesi Arabi e Israele e Israele e Autorità Palestinese - erano state messe in crisi da nuovi conflitti aperti. La crisi degli accordi di Camp Darby e del processo di Oslo, la morte di Arafat, la vittoria di Sharon e la conseguente vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi unitamente alle scelte del Governo statunitense di aprire i fronti in Afghanistan ed Iraq e di lanciare la guerra globale al terrorismo hanno prodotto una crisi profonda tra Occidente e Medio Oriente tale da far intuire alle Istituzioni dell’Unione Europea di prendere atto del cambiamento accorso e di avviare delle politiche di aggiustamento delle Politiche di Partenariato.
Innanzitutto la Nuova Politica di Vicinato Europea - European Neighbourhood Policy (ENP) - è nata per unificare in un solo programma economico-finanziario ed in una politica estera semplificata, le relazioni europee con i Paesi appartenenti al Vicinato, definito da Xavier Solana “a ring of friends” un circolo di amici.
In secondo luogo il concetto strategico delle relazioni Euro-mediterranee, precedentemente basate sul Partenariato (accordi bilaterali e multilaterali tra Paesi terzi e Unione Europea) si strutturava sull’idea della cooperazione orizzontale e decentrata. L’ENPI invece stabilisce un criterio diverso che presuppone un modello “hub and spokes” cioè basato su un centro (Unione Europea) ed una periferia (Paesi Terzi appartenenti al Vicinato).
Questo vuol dire che i Paesi terzi per l’UE sono tutti sullo stesso piano e che si intende stabilire una nuova relazione diretta bilaterale con ogni singolo Paese. Esaustivo è il caso della Turchia, ma anche il processo avviato con alcuni Paesi terzi che assume connotati simili ad una cooperazione a doppia velocità. I Paesi terzi che hanno fatto più strada rispetto agli obiettivi stabiliti a Barcellona nel 1995 dai trattati di Partenariato sui temi delle riforme economiche e dei processi di democratizzazione saranno privilegiati rispetto ad altri. Se i programmi TACIS, PHARE, EUROMED erano istituiti appositamente da Regolamenti dell’UE per la cooperazione per aree geo-politiche specifiche, il programma ENPI attualmente appare generalista e purtroppo anche ridotto nelle sue dimensioni finanziarie, ma comunque pronto a premiare i più meritevoli. Bisognerà comunque ancora aspettare i documenti che indicheranno i sottoprogrammi operativi e pluriannuali per aree geo-economiche del Programma ENPI per giudicare e valutare il risultato concreto di queste iniziative europee.
Alessandro Massacesi
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IL PROGRAMMA DI VELTRONI FA ECO ANCHE IN EUROPA
venerdì 22 febbraio 2008
Non solo suscita interesse lo sforzo di semplificazione politica che costringe gli avversari ad una difficile rincorsa e sgretola il castello di cartapesta con cui ci si illudeva di mettere insieme da Storace a Casini.
Ciò che più stimola sono le grandi innovazioni di contenuto, di messaggio programmatico, che valgono per l’Italia e che possono tanto più valere per l’Europa, alla ricerca di un suo ruolo più accentuato e costante nello scenario internazionale, e di un suo più spedito ritmo di crescita interna che si accompagni alla coesione sociale e alla valorizzazione innanzitutto delle forze giovani, della grande risorsa che sono le nuove generazioni europee.
Le proposte di Veltroni per dotare il Mezzogiorno e l’Italia di una efficace rete infrastrutturale materiale ed immateriale, per una moderna politica energetica, per innalzare la qualità dell’istruzione e della formazione, creando 100 nuovi campus universitari e per proseguire l’opera di liberalizzazione, sono l’attualizzazione concreta della Agenda di Lisbona, che ha trovato in questi anni una solo parziale attuazione a causa del difetto di coraggio, del permanere di istinti conservativi e corporativi, della mancanza di una spinta più decisa verso una politica comune per la ricerca, per l’istruzione, per l’armonizzazione del mercato, per le liberalizzazioni.
Quando Veltroni insiste sul merito e sulle competenze, sulla lotta alle difese corporative o di casta che spesso occludono ai giovani il pieno dispiegamento delle loro potenzialità, e fa proposte precise per aprire le maglie del mercato del lavoro, per innalzare la qualità della formazione e della ricerca, declina in modo moderno le linee guida che vanno seguite perché l’Europa sia l’area più dinamica e competitiva del mondo.
La proposta di Veltroni raccoglie in pieno il contributo che molti di noi, a cominciare da Enrico Letta, intesero dare al dibattito delle primarie.
E soprattutto interpreta la voglia di futuro che anima un Paese con molti problemi ma anche con una grande capacità di reagire in positivo.
L’Italia, ha ricordato Massimo D’Alema, è un Paese necessario all’Europa e al mondo.
Un’Italia nuova, più autorevole, moderna e forte sarà ancor di più protagonista anche della costruzione di un sistema delle relazioni internazionali più equo e condiviso.
Gianni Pittella
Eurodeputato PD/PSE
Membro Esecutivo PD
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