L’America, a descrizione di molti, presenta normalmente un aspetto di fondo di tipo neo-liberista che procede a pieno regime sia per la produzione, la produttività, l’occupazione, la ricerca anche se attualmente pare che su questo percorso siano piombati problemi gravissimi che denunciano una consistente crisi in arrivo a causa di errori finanziari. L’Europa  procede invece con una certa lentezza con la palla al piede di una rigidità del mercato del lavoro e dal peso delle prestazioni sociali più consistenti che oltre atlantico.

Ma credo occorra fare qualche correzione rispetto a tali affermazioni.

Tenuto conto che l’Europa non ha la grande spesa militare degli USA, registra però negli ultimi tempi buoni successi nella ricerca ( per esempio nel campo spaziale e per quella cosidetta pura dove vantiamo il lavoro del CERN ). In buona sostanza il gap fra i due continenti è andato progressivamente ad assottigliarsi. C’è un ma però che differenzia la situazione ed è quello delle ore lavorate . Mediamente un cittadino americano arriva a più di 1800 ore all’anno mentre il cittadino europeo arriva intorno alle 1500.

 

Accanto a ciò dobbiamo aggiungere due politiche monetarie profondamente diverse:

quella europea è molto restrittiva e combatte fortemente contro temuti processi inflattivi, che in realtà sono ora ancora attenuati.

L’altra è molto espansiva e combatte contro processi di temute depressioni.

Ovviamente in tale contesto la domanda interna in Europa è rallentata mentre in America la domanda interna viaggia a tutto vapore producendo l’impossibilità da parte dell’offerta di dare soddisfazione alla richiesta. Così facendo il disavanzo USA è però arrivato a cifre iperboliche ! Finora tale situazione è stata parzialmente riequilibrata dagli investimenti finanziari provenienti da tutto il mondo, tanto che il risparmio mondiale si è collocato nell’area americana con una percentuale altissima che supera di gran lunga quella di tutto il resto della terra. Tutto ciò ha realizzato una strano quadro che vede il paese più ricco e potente con il più grande debito nel mondo.

 

Ma dalla nascita di una moneta forte come l’euro le cose stanno lentamente cambiando.

La moneta americana ha cominciato a scendere di attrattiva rispetto all’euro.

Sino ad oggi non sembra che il governo degli Stati Uniti si sia agitato per questo andazzo monetario  che potrebbe portare ad una fuga progressiva dal dollaro forse pensando che l’aumento delle esportazioni così prodotto riequilibri ancora il disavanzo. A mio parere si sta rischiando parecchio perché, permanendo il consistente divario fra domanda ed offerta interna americana ed un buco di bilancio di tali dimensioni, l’economia potrebbe tracollare. Diciamo quindi che il comportamento europeo sembra dare più sicurezze.

Se passiamo dall’economia agli aspetti sociali le opinioni diffuse  sono in accordo su una progressiva disuguaglianza fra americani ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, drammaticamente accentuata nell’ultimo periodo. Rileviamo comunque che in proporzioni più modeste ciò sta accadendo pure in Europa e più gravemente in Italia.

Ritengo così che quella americana sia una società piuttosto ingiusta sopratutto se guardiamo alla copertura sanitaria che lascia allo scoperto quasi cinquanta milioni di cittadini. Peraltro dobbiamo dire che la qualità delle strutture sanitarie è molto elevata ed altrettanto è quella dell’istruzione superiore a livello universitario. Credo tutto sommato che se dobbiamo fare una scelta fra modelli dobbiamo guardare, con prudenza,  all’Europa dove democrazia e capitalismo sono rimaste distinte e capaci di realizzare ottimi compromessi. Inoltre l’Europa da circa 60 anni è pacifica e procede, anche se lentamente, verso un benessere abbastanza diffuso. Particolarmente importante è il ruolo che essa “potrebbe” giocare nei rapporti e nei conflitti fra Est ed Ovest. “Potrebbe” diventare una grande potenza mondiale non agressiva e democratica.

Purtroppo dico “potrebbe” perché i paesi che la compongono, pur con una bagaglio di storia, di cultura ma anche di sangue, non è ancora un soggetto politico ! Ha un grande mercato economico ma ancora da completare e la sua integrazione politica verso una Federazione Europea lascia vergognosamente a desiderare.

Sopratutto per questo cresce ad un ritmo inferiore a quello potenziale. Ha in mano una leva potente che si chiama euro ma non ha un governo federale.

L’avvento dell’euro costituirebbe la base per completare il processo di integrazione economica e sociale e la base di partenza per quello politico federale.

 

Ma, c’è un enorme ma !!!

 

L’interesse dei cittadini europei è quello di vedere trasformato il Parlamento europeo, oggi ibernato, in un reale parlamento legislativo con le logiche competenze per una dimensione continentale, come per esempio la politica estera, la difesa, le grandi opere strutturali sia telematiche che fisiche come il superamento di tanti sistemi diversi, scaturiti dalla logica dei vecchi stati, e che trovano la loro validità solo nella loro interconnessione . L’interesse dei cittadini europei è quello di vedere trasformata l’attuale Commissione europea in un vero governo federale ed il cosidetto Consiglio europeo (dei primi ministri nazionali) in un vero senato eletto dai vari stati.

La mia accusa è precisa : niente di tutto ciò è avvenuto e l’opera di contrasto affinchè non avvenga è perseguita coscientemente proprio dai primi ministri europei e, coscientemente od incoscientemente, da grande parte dei vertici delle organizzazioni partitiche.

La voglia di mantenere in certe competenze un potere, in realtà non più esercitabile a livello nazionale, supera l’interesse dei cittadini. Ed ecco il tentativo di una forma permanente di confederazione che per la verità non è che un trattato multilaterale di collaborazione rafforzato. Ed ecco perchè la gente è sempre più lontana dalla politica sentendosi tradita e la cosa produce di conseguenza confuse bocciature come quelle arrivate in Francia ed Olanda.

E’ mancato il salto di qualità per costruire gli Stati Uniti d’Europa e cioè l’Europa dei cittadini.  Cosi saremo ridotti, probabilmente ancora per molti anni, in uno stato di nano politico, impossibilitato a muoversi adeguatamente in una situazione di grande instabilità e ad accontentarci di una “zona di libero scambio”(come vuole l’Inghilterra) che non può portarci a realizzare pienamente un  progetto economico di grande potenza in concorrenza o collaborazione con gli Stati Uniti d’America, la Russia, l’India e la Cina. In tali condizioni

è sperabile che l’avvenuta nascita del P.D. in Italia possa dare una scossa al sistema e porre un piccolo mattone alla ricostruzione morale e materiale del sistema europeo.

Devo però con amarezza osservare che il nostro recente leader Veltroni, pur ottimo nel rappresentarci su temi strettamente nazionali, non abbia ancora scoperto il problema di inserire il suo ragionamento dentro il più grande panorama europeo da tempo divenuto preminente perché l’Italia possa sopravvivere dignitosamente .

                                                      Riccardo Sani

Tra il Novembre ed il Dicembre del 1995 a Barcellona si riunirono i membri della Commissione Europea, i Ministri degli Esteri dei singoli Paesi membri con i rappresentanti dei dodici Paesi rivieraschi del Mediterraneo orientale e meridionale per costituire il Partenariato Euro-mediterraneo, che ha rappresentato per dieci anni la politica ufficiale dell’Unione Europea verso l’area del Mediterraneo.  Questa prospettiva  che si era aperta negli anni ottanta  con l’adesione alla Comunità  Europea di Grecia e Spagna, non poteva concludersi senza fare i conti con i grandi cambiamenti globali avvenuti tra il 1989 ed il 1992, che rilanciarono di fatto le politiche di cooperazione con i Paesi Terzi. La caduta del blocco Sovietico e la nascita di una serie di problematiche legate all’apertura politica ed economica di tutti quei Paesi che da una parte avevano aderito al comunismo, dall’altra si erano ritagliati un proprio corso politico rispetto ai due blocchi (“Paesi non allineati”), premevano verso nuovi equilibri e accordi precedentemente impensabili. Sia tra i Paesi del Nord Africa che tra quelli mediorientali del Mediterraneo, la divisione del mondo in due blocchi aveva determinato politicamente l’irrigidimento di certe posizioni (panarabismo, socialismo arabo, islamismo politico, irredentismo delle minoranze, nazionalismo come risposta alle potenze coloniali ecc.)  e influito in maniera determinante sulle scelte di politica estera dei singoli Paesi, frammentando il Mediterraneo tra NATO e Patto di Varsavia, Socialismo Nazionalista Arabo e Movimenti indipendentisti, antiche dinastie alla guida di alcuni regimi e nuove e fragili Repubbliche.  La caduta dell’Unione Sovietica e dei Regimi dei Paesi dell’Europa orientale non solo poneva all’Europa il problema dell’allargamento ad est, ma costringeva quest’ultima ad aprirsi a tutto il suo “Vicinato”. Una sorta di sentimento di pacificazione insieme alla necessità  di una stabilizzazione politica ed economica dell’area hanno dunque fatto da collante tra i Paesi della Regione mediterranea e posto le  basi  per nuove relazioni che l’Europa si preparava ad affrontare come elemento guida.  La lentezza e la velocità di questo processo hanno determinato sia in termini politico-militari che in termini economici la nascita ed il ritorno di nuovi e “vecchi” conflitti regionali, come nel caso dei Balcani, del Caucaso ed il riproporsi di problematiche sopite nel sistema bipolare. L’irredentismo delle minoranze e i processi di disgregazione di alcuni Stati in molti casi hanno favorito la nascita e l’espandersi di correnti politiche estremiste su base etnica che hanno prodotto come risultato, nelle aree dove gli equilibri erano già precari, nuovi movimenti integralisti su base religiosa. In queste fratture si sono inserite organizzazioni  terroristiche vere e proprie che hanno ramificato i loro interessi sul piano internazionale.  La Conferenza di Barcellona del 1995 nacque pertanto dalla volontà di trasferire agli interlocutori mediterranei del Medio Oriente e del Nord Africa una serie di proposte per l’ apertura economico-finanziaria e per lo slancio verso una nuova politica di riforme che poi si tradussero nei trattati bilaterali e multilaterali come “conditio sine qua” per partecipare al processo di Barcellona. Attraverso la ratifica di accordi bilaterali tra Stati delle diverse sponde del Mediterraneo e la sottoscrizione dei trattati multilaterali, per cui venne coniato il termine Partenariato – nuovo per le politiche pubbliche, ma opportunamente rispolverato dal diritto privato anglo-sassone e inserito nelle politiche pubbliche dell’UE – si avviò tra le Istituzioni Europee e gli Stati Terzi Mediterranei quello che poi è stato definito Processo di Barcellona.  I tre Pilastri della Cooperazione Euro-mediterranea vennero a coincidere con i temi portanti delle Politiche di Partenariato. Cooperazione politica, cooperazione economico-finanziaria e cooperazione socio-culturale rappresentarono allo stesso tempo gli strumenti e gli obiettivi di questo processo. Per ognuno di questi pilastri si produssero una serie di documenti programmatici come la “Dichiarazione di Barcellona”, i Trattati Istitutivi Bilaterali e Multilaterali e i vari Regolamenti comunitari che istituirono il Programma finanziario Euromed e i suoi piani programmatici, tutti  strumenti atti a realizzare quelle politiche di cooperazione definite a Barcellona in un clima assai disteso e figlio di una “nuova politica economica mondiale” nata dalle ceneri del sistema bipolare e soprattutto sorretta dai grandi accordi economici  internazionali promossi dal WTO .   Questi ultimi per quanto molte volte “ineguali” e “criticabili” aprirono comunque la nuova stagione economica che verrà chiamata “globalizzazione” e costrinsero Paesi, precedentemente lontani nella politica come nell’economia, a confrontarsi tra loro in quello che fu chiamato il Nuovo Ordine Economico Mondiale. Il clima di euforia che accompagnò nel 1995 la Conferenza di Barcellona si è poi infranto sull’interventismo americano nella Regione mediorientale, successivamente all’attentato alle torri gemelle di New York. Ma altri motivi erano finiti per pesare sulle “non decisioni” all’interno degli Organi e delle Istituzioni del Partenariato. Primo tra tutti  lo scontro interno tra alcuni Paesi Arabi ed Israele e tra Israele e Autorità Palestinese, diventato ancora più grave successivamente alla vittoria elettorale di Sharon e inaspritosi dopo la morte di Arafat, attraverso la vittoria di Hamas alle ultime elezioni.Nel contempo l’apertura dei nuovi fronti  in Afghanistan, Iraq e  Libano e l’insieme delle iniziative poste in essere per la lotta al terrorismo islamico hanno finito per immobilizzare il percorso intrapreso nel 1995 nella città catalana. Sul piano geo-politico il Partenariato Euro-mediterraneo ha dovuto confrontarsi con il Grande Medio Oriente promosso dall’amministrazione Bush, che pur se non accettato dai Paesi  Arabi e Islamici è in pratica divenuto lo strumento politico guida dell’amministrazione americana nelle sue politiche in Medio Oriente.  Inoltre non essendo la politica di “Partenariato” un Programma  di natura politico-militare ma caratterizzato da una sostenibilità economico-finanziaria e socio-culturale ha sofferto nel confronto con il piano statunitense più pragmatico e decisionista.  

Alessandro Massacesi

Inserito da: innovatorieuropei | Marzo 31, 2008

Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico

Inserito da: innovatorieuropei | Marzo 24, 2008

I rapporti euro-africani a confronto con quelli cino-africani.

di Riccardo Sani

Nonostante l’Europa abbia promosso per prima una politica europea di cooperazione con l’Africa e sia in testa alle sovvenzioni a suo favore è ormai evidente che l’operato fra UE ed Africa sta per essere superato da quello fra Cina ed Africa .

Il continente africano, con le sue enormi ricchezze minerarie, è un continente estremamente importante per il mondo sviluppato. Malgrado i gravissimi problemi di cui soffre, essa è anche un continente in forte crescita demografica che supera i pur consistenti decessi per motivi sanitari e presenza continua di tensioni-scontri e guerre di vario genere. Oggi ha una popolazione di circa 760 milioni ma si prevede una espansione nel giro di qualche decennio a circa due miliardi di persone.

Oggi la distribuzione della sua popolazione sul territorio è fortemente sperequata, anche per le vaste aree desertiche che la caratterizzano ma esistono già una quarantina di città con più di un milione di abitanti.

Di fronte a tale disordinato e tumultuoso sviluppo gli europei cercano di aggiornare e ridefinire i loro rapporti politici e commerciali con gli africani.

Purtroppo, come ha palesato nettamente la riunione svoltasi nel dicembre scorso a Lisbona fra paesi africani e paesi europei della UE, l’Europa nel suo complesso ha visto cominciare a scemare la sua influenza in tale continente con l’avvento della Cina sul piano economico e non solo sul piano politico-militare come era già avvenuto.

Forse vale la pena ricordare che la allora CEE nel 1975 aveva pattuito con i paesi dell’Africa il famoso “Accordo di Lomè” per promuovere un nuovo rapporto con i paesi di quell’area basato su uno scambio più equo tra stati industrializzati  e stati in via di sviluppo.L’ultimo rinnovo di quell’accordo è avvenuto nel 2000 e scade nel 2020 .

Purtroppo i nuovi accordi imposti da WTO hanno spiazzato quella convenzione costringendo gli Stati europei a rinegoziare i rapporti commerciali con i paesi ACP, molti dei quali sono africani.

Malgrado la UE abbia offerto una progressiva eliminazione delle barriere doganali, la ridefinizione degli accordi non è stata accolta con favore da molti rappresentanti africani.

Il vertice di Lisbona ha consentito di confermare la sostanza strategica tra i 27 stati UE ed i 57 stati africani ma non ha risolto i disaccordi sulle nuove proposte di partenariato commerciale

(chiamato EPA) che dovrebbero in teoria sostituire i vecchi accordi. Queste proposte prevedono la sopressione dei dazi europei per i paesi ACP in cambio della liberalizzazione dei mercati di questi stati per i prodotti europei.

Questo nuovo corso però è stato definito da alcuni presidenti africani come non coincidente con gli interessi dell’Africa ! Essi hanno dichiarato che tali accordi sono favorevoli solo per gli europei in quanto gli africani non sono ancora pronti per una apertura totale dei loro mercati  ed ora possono pure rivolgersi ad un altro interlocutore e cioè la Cina.

Recentemente infatti l’interesse di Pechino per il continente africano è testimoniato dalla realizzazione del Forum per la cooperazione cino-africana . La prima riunione si era tenuta già nel duemila.

Tra il presidente cinese Hu Jintao e vari rappresentanti africani si sono definite le nuove prospettive di collaborazione. Fra queste la cancellazione dei debiti con la Cina per i paesi più poveri, il raddoppio degli aiuti allo sviluppo, la concessione di prestiti diretti e la realizzazione di un fondo speciale per sovvenzionare le imprese cinesi che investono in Africa. Perfino l’offerta di formazione professionale per i lavoratori africani.

Occorre constatare che, dopo anni di crescita zero, l’Africa ha oggi un tasso di crescita di circa il 5% e si prevede da parte delle Nazioni Unite un progressivo aumento.

La Cina acquista petrolio( di cui ha una fame tremenda), gas naturale, cobalto.allminio, rame, carbone, oro, fosfati, diamanti ecc. In cambio costruisce infrastrutture come centrali elettriche, strade e ferrovie. Vende tecnologia e prodotti di ogni tipo a basso costo e spesso di qualità scadente ma pure armi, aerei ed elicotteri.

La differenza rispetto ad investimenti UE nel passato è che la Cina ha una enorme disponibilità di risorse finanziarie ed ha una velocità di realizzazione dei progetti che non ha concorrenza nel mercato europeo, diviso fra tanti stati non bene coordinati per mancanza di un potere sovranazionale. L’Unione Europea non è uno stato federale (come l’America per es.), non ha un governo europeo e perciò non ha potuto finora attuare una strategia unitaria per l’Africa.

Un esempio eclatante è quello che, nonostante gli accordi euro-africani della UE, Francia, Germania, Gran Bretagna ecc. continuano a sviluppare in Africa politiche estere e militari in moltissimi casi assolutamente divergenti , contrastanti e contradditorie.

Per la UE si sta profilando il pericolo di vedersi sottrarre in buona parte nell’area africana il controllo di fonti energetiche e di materie prime, su cui Cina ed India stanno facendo “man bassa”. Sul terreno politico gli europei non hanno saputo fornire strumenti per fronteggiare Il radicamento del fondamentalismo islamico, che per la loro incapacità ed ignavia sta avviandosi verso pericolosi successi.

Ne hanno saputo fare alcunchè per porre termine a dei regimi corrotti e dispotici. In tali settori le divisioni in staterelli ancora totalmente sovrani gli hanno resi pressochè inermi.

E’ vero che sul terreno monetario, grazie all’Euro, si è formata un’area di influenza monetaria consistente soprattutto lungo le coste mediterranee africane ma senza una adeguata capacità di governo europeo dell’Euro, questa situazione è precaria .

L’Africa in definitiva si sta rivelando un vero banco di prova per la sostenibilità del modello europeo di cooperazione nel campo poltico ed economico.

Allo stato attuale, con gli europei divisi ed incapaci di sviluppare una politica estera comune, sia commerciale che di sicurezza, questo modello attuale si sta dimostrando perdente.

La conseguenza sarà che l’Africa verrà lasciata dagli europei in balia delle proprie contraddizioni, pure ambientali ed in una stuazione di grande frammentazione e di scarsa democraticità.

 

Al contrario , se almeno in alcuni stati europei, memori di un minimo di dignità, a partire dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia , emergesse la volontà necessaria per creare uno stato federale europeo come primo nucleo duro (vecchia proposta dell’allora primo ministro Kohl) si porrebbero le condizioni minime per aprire una nuova fase nei rapporti euro-africani e per l’avanzamento degli stessi processi di integrazione in varie zone dell’Africa, condizione indispensabile per un autentico sviluppo del continente.

  

Inserito da: innovatricieuropee | Marzo 24, 2008

Nasce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia

Il Parlamento ha approvato il regolamento che istituisce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. Il suo obiettivo è di contribuire alla crescita economica e alla competitività sostenibili in Europa rafforzando la capacità d’innovazione. A tal fine, agevolerà le reti e la cooperazione e creerà sinergie tra le comunità dell’innovazione in Europa. Dando priorità al trasferimento delle sue attività a vantaggio delle imprese, incluse le PMI, e della loro applicazione commerciale.

Adottando la relazione di Reino Paasilinna (PSE, FI), il Parlamento approva la posizione comune del Consiglio sul regolamento che istituisce l’Istituto europeo di innovazione e tecnologia (IET) che mira a diventare «un organismo di portata mondiale per l’eccellenza nei settori dell’istruzione superiore, della ricerca e dell’innovazione». La posizione comune infatti, a seguito di negoziati tra il relatore e il Consiglio, riprende in larga misura la posizione del Parlamento europeo approvata in prima lettura (26 settembre 2006). Il regolamento potrà entrare in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea. La richiesta dei Verdi di respingere in toto la proposta di regolamento è stata bocciata dall’Aula con 127 voti favorevoli, 499 contrari e 15 astensioni.

L’obiettivo dell’IET è di contribuire alla crescita economica e alla competitività sostenibili in Europa «rafforzando la capacità d’innovazione degli Stati membri e della Comunità». L’IET persegue tale obiettivo «promuovendo e integrando l’istruzione superiore, la ricerca e l’innovazione ai massimi livelli» (il “triangolo della conoscenza”). In tale contesto, dovrebbe facilitare e rafforzare le reti e la cooperazione e creare sinergie tra le comunità dell’innovazione in Europa. L’IET dovrebbe dare la priorità al trasferimento delle sue attività di istruzione superiore, ricerca ed innovazione «a vantaggio delle imprese e della loro applicazione commerciale, nonché al sostegno agli avviamenti di imprese, alle scorporazioni e alle piccole e medie imprese (PMI)».

Compiti dell’IET

Al fine di raggiungere il suo obiettivo, l’IET dovrà individuare i suoi settori prioritari, svolgere un’attività di sensibilizzazione tra le organizzazioni partner potenziali ed incoraggiare la loro partecipazione alle sue attività. Potrà mobilitare i fondi provenienti da fonti pubbliche e private e utilizzare le sue risorse. In tale contesto, dovrà cercare di finanziare una proporzione significativa e crescente del suo bilancio facendo ricorso a fonti private e mediante entrate generate dalle proprie attività.

L’IET dovrà inoltre selezionare e designare le “Comunità della conoscenza e dell’innovazione” (CCI), ossia dei partenariati autonomi di eccellenza tra istituti di istruzione superiore, istituti di ricerca, imprese ed altri soggetti interessati «sotto forma di reti strategiche autosufficienti, sostenibili e di lungo periodo nell’ambito del processo innovativo». Offrirà loro un sostegno adeguato, applicherà misure adeguate di controllo della qualità, seguirà costantemente e valuterà periodicamente le loro attività e garantirà un livello appropriato di coordinamento tra di esse. Mediante accordi, dovrà definire diritti e obblighi delle CCI.

L’IET incoraggerà poi il riconoscimento negli Stati membri dei titoli e dei diplomi che sono rilasciati da istituti di istruzione superiore, che sono organizzazioni partner e che possono essere assimilati a titoli e diplomi dell’IET. Promuoverà la diffusione di buone prassi per l’integrazione del triangolo della conoscenza al fine di sviluppare una cultura comune dell’innovazione e del trasferimento di conoscenze e assicurerà la complementarietà e la sinergia tra le attività dell’IET ed altri programmi comunitari. Potrà anche istituire una fondazione avente l’obiettivo specifico di promuovere e sostenere le attività dell’IET.

Le Comunità della conoscenza e dell’innovazione – CCI

Spetterà all’IET il compito di selezionare e designare un partenariato destinato a divenire una CCI secondo una procedura concorrenziale, aperta e trasparente. A tale fine, dovrà adottare e pubblicare i criteri dettagliati per la selezione delle CCI, in base ai principi di eccellenza e di pertinenza in termini di innovazione. Esperti esterni e indipendenti parteciperanno alla selezione che dovrà essere realizzata in base a una serie di criteri stabiliti dal regolamento, tra i quali la capacità d’innovazione esistente e potenziale nell’ambito del partenariato e la sua capacità di garantire un finanziamento autosufficiente.

Le CCI avranno «un’autonomia generale sostanziale» per definire la loro organizzazione interna e la composizione, nonché il loro programma preciso e metodi di lavoro, mentre le relazioni tra l’IET e ciascuna CCI sarà fondata su un accordo contrattuale. La condizione minima per la costituzione di una CCI è la partecipazione di almeno tre organizzazioni partner, stabilite in almeno due Stati membri diversi, che siano «indipendenti l’una dall’altra». Una CCI potrà includere organizzazioni partner di paesi terzi, ma la maggioranza dei partner deve essere stabilita negli Stati membri. Almeno un istituto di istruzione superiore ed una società privata devono prendere parte a ciascuna CCI.

Le CCI eserciteranno attività d’innovazione e investimenti con valore aggiunto europeo integrando pienamente le dimensioni dell’istruzione superiore e della ricerca «per raggiungere una massa critica e stimolando la diffusione e lo sfruttamento dei risultati». Realizzeranno poi ricerca di punta incentrata sull’innovazione «in settori che rivestono un interesse fondamentale per l’economia e la società», che si avvalga dei risultati della ricerca europea e nazionale e che presenti il potenziale per rafforzare la competitività dell’Europa a livello internazionale.

Condurranno anche attività di istruzione e di formazione a livello di master e di dottorato «in discipline aventi un potenziale per soddisfare i futuri bisogni socioeconomici europei» e che promuovano lo sviluppo delle competenze in materia d’innovazione, il miglioramento delle competenze manageriali e imprenditoriali e la mobilità dei ricercatori e degli studenti. Si occuperanno poi di diffondere le migliori prassi nel settore dell’innovazione incentrate sullo sviluppo di una cooperazione tra il settore dell’istruzione superiore, della ricerca e delle imprese, compresi i settori terziario e finanziario.

Prima fase: cambiamenti climatici, energia rinnovabile e TIC

Nell’arco di un periodo di diciotto mesi dalla sua creazione, l’IET dovrà selezionare due o tre CCI «in settori che aiutano l’Unione europea ad affrontare le sfide presenti e future». In proposito, viene ipotizzato che questi riguardino settori quali i cambiamenti climatici, l’energia rinnovabile e la prossima generazione di tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

La selezione e la designazione di ulteriori CCI dovrebbe essere consentita dopo l’adozione della prima “agenda strategica per l’innovazione” (ASI), ossia del documento programmatico che presenta i settori prioritari per le future iniziative dell’IET, compresa una panoramica sulle attività nell’ambito dell’istruzione superiore, della ricerca e dell’innovazione pianificate per un periodo di sette anni. Il primo progetto di ASI dovrà essere definito dall’IET entro il 30 giugno 2011 per essere poi adottato congiuntamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

Gli organi dell’IET

L’IET è dotato degli organi seguenti:
• un comitato direttivo composto di membri ad alto livello con esperienza nei settori dell’istruzione superiore, della ricerca, dell’innovazione e delle imprese, incaricato della direzione delle attività dell’IET, della selezione, della designazione e della valutazione delle CCI, nonché dell’adozione di tutte le altre decisioni strategiche;
• un comitato esecutivo che supervisiona la gestione dell’IET e adotta le decisioni necessarie tra una riunione e l’altra del comitato direttivo;
• un direttore che rende conto al comitato direttivo della gestione amministrativa e finanziaria dell’IET e ne costituisce il rappresentante legale.

Fonti di finanziamento

L’IET è finanziato mediante un contributo del bilancio generale dell’Unione europea nell’ambito della dotazione finanziaria e di altre fonti private e pubbliche. La Commissione stima in 2,4 miliardi di euro il bilancio necessario per sei anni. Nel quadro della revisione del quadro finanziario pluriennale 2007-2013, il Parlamento e il Consiglio hanno convenuto di stanziare 308,7 milioni di euro “comunitari” a favore dell’IET per il periodo dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2013.

Le CCI saranno finanziate, in particolare, mediante contributi delle imprese o organizzazioni private («che costituiscono una fonte sostanziale di finanziamento»), contributi del bilancio generale dell’Unione europea, contributi statutari o volontari degli Stati partecipanti, di paesi terzi o delle loro autorità pubbliche, nonché lasciti, donazioni e contributi provenienti da individui, istituzioni, fondazioni o qualunque altro organismo nazionale. Così come da ricavi generati dalle attività delle CCI e canoni per diritti di proprietà intellettuale, ricavi generati da risultati o dotazioni in capitali delle attività dell’IET, contributi di istituzioni o organismi internazionali, nonché prestiti e contributi della Banca europea per gli investimenti.

Inserito da: innovatorieuropei | Marzo 18, 2008

Nasce la Rivista di Innovatori Europei

ie_logo__.jpgNasce la Rivista Mensile di “Innovatori Europei” ed ecco la NUMERO UNO

Sono passati due anni dalla nascita di questo progetto, che inizia dall’impegno politico di un gruppo di amici a Roma per poi crescere in tutta Italia ed in Europa e diventare, piano piano, un Movimento presente in 40 territori ed un giovane Think Tank .

Dopo questi due anni passati attraverso un processo di “distruzione creativa”, infatti, Innovatori Europei ora vuole dedicarsi principalmente a diventare un innovativo e giovane Think Tank, specializzato sui temi del Sapere e Innovazione, Energia ed Ambiente, Politiche Europee ed Euro-Mediterranee.

Questa rivista, che verrà distribuita in maniera gratuita, in un primo momento in formato digitale, rappresenta il primo passo verso la sistematizzazione della nostra Knowledge Base, e speriamo sia da stimolo per il miglioramento dei nostri lavori.

Il mio augurio è che Innovatori Europei cresca, diventando un punto di incontro in cui discutere, insieme, su quei temi nuovi, che da sempre mi/ci appassionano, e che spero pian piano appassioneranno i cittadini europei del nuovo millennio.

Vi aspettiamo in tanti, per collaborare alla rivista, ai Centri di Competenza, o alla crescita di Innovatori Europei a livello territoriale.

Grazie a tutti quelli che hanno creduto e credono a questo progetto nuovo, e a quelli che ci crederanno.

Londra, Martedì 18 Marzo, 2008 – Massimo Preziuso

Le scelte future per le regioni meridionali del nostro paese ma soprattutto della Campania debbono inevitabilmente confrontarsi con la collocazione geografica della regione; egualmente in base alle differenti scelte di sviluppo e innovazione attuate nel campo delle politiche locali in relazione al resto del bacino del Mediterraneo si apriranno prospettive differenti di crescita e sviluppo.

Accadimenti politici, significativi cambiamenti legislativi e sociali in alcune nazioni del Maghreb, tra tutte Algeria e Marocco, il significativo riaffacciarsi del Libano a un dialogo europeo, la richiesta d’ ingresso della Repubblica turca nell’Unione europea, nonché le più distanti ma certo incombenti vicende mediorientali dalla guerra irachena all’interminabile quasi insolubile conflitto tra Israele e Palestina: sono questioni centrali che avranno significative conseguenze sulle nostre aree meridionali .

E ‘ chiaro che una relazione stretta con tutta l’area del Maghreb e del vicino Oriente permetterà un’inversione di rotta rispetto al percorso che vedeva le società meridionali e mediorientali del Mediterraneo fuori inesorabilmente dai luoghi dei processi innovativi del futuro.

Maggiore democrazia, maggiore dibattito e conseguente libertà di confronto, ricerca e sviluppo nelle società mediterranee, il confronto competitivo con le scelte avanzate delle regioni catalane e francesi, modelli da seguire, ribalterebbero la previsione di unici centri di propulsione mondiale, incentrati su una inarrestabile avanzata indiana e cinese, collocata nelle aree asiatiche, contraltare di un acquisito declino euro-mediterraneo e dei paesi arabi mediorientali.

Continua a leggere…

 

Ecco una prima Start up di Innovatori Europei.

 

 

Nell’ambito di ISME, Associazione per gli Studi economici e Finanziari per lo sviluppo del Mediterraneo, sono diventato responsabile Centro Studi e Comunicazione (www.ismeinstitute.org).

Ho voluto portare con me gli amici Innovatori Europei che si erano resi disponibili tempo fa, nel Comitato Studi.

Ecco la struttura del Comitato:

 

 

Director
Massimo Preziuso  Phd, researcher in Climate Change Economy studies (LUISS University, Rome – London School of Economics, London) 
 

Members
Giuliana Cacciapuoti,   Docente universitario ed esperto in Politiche Europee – Euro Mediterranee
Riccardo Sani,   Esperto di Politiche Europee
Tommaso Visone,   Studente ed esperto di politiche europee
Luigi Restaino,   Esperto di Marketing e Comunicazione internazionale
Ahinoa Agullo,   Ricercatrice sulle politiche Euro Med e di vicinato
Vincenzo Girfatti,   Esperto di politiche europee e progettazione comunitaria
Gaetano Daniele La Nave, Ricercatore in storia del Mediterraneo e relazioni Euro-Atlantiche.

 

 

Ora diamoci da fare.

 

 

Troviamo persone e sponsors interessate al progetto (che per ora, prevede un Master in Mediterranean Finance con l’Università La Sapienza, Conferenze, e Studi che noi dovremmo sviluppare)
Grazie,
Massimo Preziuso
Inserito da: innovatorieuropeipescara | Marzo 10, 2008

Proposta di IE per Le Politiche Regionali Euro-mediterranee

Il Gruppo IE Europa sta lavorando ad una proposta per realizzare un nuovo programma di cooperazione regionale finalizzato alla cooperazione transregionale in area mediterranea.

Questo programma non avrà le stesse modalità di applicazione e gli stessi obiettivi precedentemente stabiliti dalla cooperazione transfrontaliera prevista dal programma INTERREG anche per le Regioni Euro-Mediterranee, ma sarà presentato affinchè attraverso la cooperazione decentrata si organizzi il nuovo programma ENPI (leggi l’articolo precedente) e sia fruibile direttamente dalle Regioni mediterranee senza altre intermediazioni.

Attualmente infatti si fa un gran parlare delle politiche di sostegno euro-mediterranee, ma nessun Paese Europeo, nè la Commissione Europea hanno stabilito nel programma ENPI quel superamento necessario per consentire al processo di cooperazione Euromed  proposte dal basso nella cooperazione trans-regionale.

La nuova cooperazione euromed finanziata da ENPI deve avere la possibilità di essere fruita direttamente dalle Regioni dei  Paesi aderenti alla Convenzione di Barcellona del 1995 (rispettando il principio della sussidiarietà europea),  strutturandosi sui tre pilastri allora stabiliti: cooperazione economico-finanziaria, cooperazione politica e cooperazione socio-culturale.

Per sostenere l’iniziativa di adeguare il Programma ENPI alle esigenze delle Regioni Euromed inviateci proposte alla email di Innovatori Europei Europa.

europa@innovatorieuropei.com

Inserito da: innovatorieuropeipescara | Marzo 4, 2008

Politica estera europea: il Kosovo pericoloso precedente

   di Alessandro Massacesi

L’indipendenza dichiarata unilateralmente dal Kosovo ha prodotto uno strano effetto boomerang sulla politica estera europea. Quando infatti alcuni Governi europei – con eslcusione di quello spagnolo che ha mantenuto una linea più moderata  riguardo all’indipendenza del Kosovo – hanno subito riconosciuto la Repubblica Kosovara non avevano previsto le probabili ripercussioni sulla stessa politica internazionale. 

Nello stesso periodo gli sconfinamenti dell’esercito turco - attualmente in corso in Iraq nell’area della regione autonoma del Kurdistan iracheno a caccia dei guerriglieri del PKK – avevano sollevato il problema dei confini invalicabili tra Stati riconosciuti e le violazioni delle norme della Carta delle Nazioni Unite. In seguito ai bombardamenti dell’esercito israeliano sulla striscia di Gaza – dove si calcola abbiano perso la vita circa un centinaio di cittadini palestinesi - come risposta al lancio di razzi kassam, il rappresentante della Politica Estera Europea che si trova in questi giorni  in Medio Oriente per i colloqui relativi alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese  è stato redarguito dalle autorità israeliane riguardo alle critiche poste da alcuni Governi Europei al bombardamento della striscia di Gaza. 

Ieri su Repubblica è apparso un articolo  in cui le autorità israeliane  rimproveravano l’Unione Europea  per le critiche all’interventismo israeliano nella Striscia di Gaza,  dichiarando che l’UE non può giocare sui principi  dell’autodifesa degli Stati  a proprio piacimento facendo riferimento agli sconfinamenti turchi in territorio iracheno a cui l’UE non si è opposta.

Qual’è dunque la sottile distinzione tra la ricerca dell’indipendenza, i principi di autodeterminazione dei popoli, il diritto all’autodifesa degli Stati, la violazione dei diritti umani e la lotta al terrorismo?

Questi temi sono i più delicati per la politica estera europea. Le Istituzioni europee che spingono all’allargamento dei confini dell’UE non considerano che l’espansione degli interessi economici europei non solo non coincide con quella di alcuni Paesi limitrofi (Russia, Moldava e Serbia ) ma spesso è destabilizzante per le aree del “vicinato” (Balcani e Medio Oriente) e si ripercuote addirittura sugli equilibri internazionali (come nel caso di Israele e Palestina, Turchia e Iraq).   

L’indipendenza del  Kosovo ha sicuramente riproposto, tornando a riaccendere i riflettori sui balcani,  l’instabilità della Comunità internazionale – ma assieme agli sconfinamenti dell’esercito turco in territorio iracheno e con i bombardamenti israeliani su Gaza ha messo in serio imbarazzo l’Unione Europea ed il suo piano di Politica Estera che da una parte accetta l’indipendenza unilaterale del Kosovo, dall’altra non dimostra una forte contrarietà  alle condizioni cui altre minoranze sono costrette dagli Stati Nazionali.

Questo doppio gioco dell’UE in politica estera non è chiaro ed anzi in termini di stabilità risulta assai azzardato. Da una parte stabilisce con facilità ed un pizzico di superficialità l’indipendenza di microstati, dall’altra non si accorge che così facendo apre un pericoloso precedente per la rottura degli equilibri presenti in altre Regioni, contribuendo dunque all’instabilità e non alla stabilità del proprio Vicinato.

  

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